La tassazione sui guadagni di borsa (plusvalenze speculative) viene indicata come capital gains (guadagni in conto capitale), viene applicata percentualmente sullo spread realizzato in ogni “take a profit” di compra-vendita di strumenti finanziari di tipo azionario e derivati profittevole.

 

 

Se un’operazione azionaria si chiude in perdita (stop loss), non vi è alcun rimborso per l’investitore, se invece si guadagna scatta subito la tassazione.
Se queste plusvalenze sono di tipo patrimoniale scatta comunque la tassazione: se una casa viene venduta prima dei cinque anni dal suo acquisto, sullo spread realizzato (plusvalenza) viene applicata una tassa. profittevole.

Simuliamo un’operazione di borsa in guadagno o perdita con fineco bank (commissione minima circa 2,9 euro massima 19 euro, altrimenti 0,19% sulla somma spesa): compro azioni Italia per un ammontare di 10000 euro, pago subito commissione in ingresso di 19 euro (0,19%), se realizzo un profitto o se decido comunque di vendere prima della chiusura nella stessa giornata dell’acquisto non pago la tobin tax (ammonta allo 0,10% della somma), in caso contrario vendendo nei giorni successivi in guadagno o perdita paghero 10 euro di Tobin tax (calcolata sui 10000 euro iniziali) e lo 0,19% della somma di commissione in uscita sulla somma; se realizzo una perdita non pago niente altro, se realizzo un profitto diaciamo di 100 euro (somma finale – somma iniziale senza tenere conto delle commissioni) pagherò il 26% in tasse sulla plusvalenza generata. In poche parole di quei teorici 100 euro avrò speso 39 euro in commissioni, 10 in tobin e 26 euro in tassazione, al netto avrò intascato 25 euro. La stessa operazione fatta con titoli di stato non prevede solo la tobin tax e una tassazione sul profitto del 12,5%.

 

 

Governo Renzi: appena insediato a Marzo 2014 annuncia di voler fare cassa aumentando le rendite finanziarie e puntualizzando che non saranno toccati i BOT, ricordiamo che per rendite finanziarie si possono intendere le plusvalenze generate nelle transazioni finanziarie sia azionarie che obbligazionarie. Dal 1 Luglio tassazione al 26% sui guadagni di borsa, restano esclusi solo: cedole btp, rendimento buoni postali dove la tassazione resta al 12,5%.

Agosto 2011: in tema di tassazione dei guadagni di borsa e delle rendite (cedole e dividendi), il Governo per tamponare la crisi del debito sovrano italiano e su indicazioni della bce ha inserito nella manovra di Ferragosto anche l’aumento delle commissioni sulle transazioni finanziarie dal 12,5% al 20%, sono esclusi i titoli di stato che restano tassati al 12,5%.profittevole.

 

 

4 commenti su “Tasse sugli investimenti”

  1. Tasse sui guadagni di borsa.

    Fate attenzione ai profitti generati dall’operatività di borsa, sulla differenza tra plusvalenze e minusvalenze generate in determinato periodo si applica una tassazione chiamata “capital gain” introdotta col D.L. 461/97 pagabile secondo uno dei regimi previsti: regime della dichiarazione (si occupa di tutto la banca o la sim con la quale si operare), del risparmio amministrato ( il cliente decide da solo gli investimenti e delega la banca agli adempimenti fiscali – operano così tutti i trader online con le principali banche: fineco, sella etc), del risparmio gestito (viene delegato tutto alla banca: tipologia degli investimenti e adempimenti fiscali – calcolati sulle plusvalenze a fine anno).
    Le perdite accumulate nell’operatività borsistica possono andare a compensare (esere detratte) nei 4 anni successivi le imposte sulle plusvalenze generate in tale periodo di imposta (in caso contrario sono perse fiscalmente).

  2. Cambia l’imposta sulle rendite?

    Agosto 2011: il Governo Berlusconi nel decreto di Ferragosto, per rimettere in ordine i conti e per seguire alla lettera i consigli della Bce (la quale dopo aver acquistato parte del debito italiano nel medio lungo termine si è sentita autorizzta a dettare regole ferree), ha deciso di portare al 20% la tassazione sui guadagni e sulle rendite (dividendi) di borsa (sono esclusi solo i guadagni e le cedole derivanti da titoli di stato). Contemporaneamente tutto ciò che era tassato al 27% viene uniformato al 20% (i guadagni derivanti dal deposito in conto corrente e sui buoni postali).

    Ciò che avevano anticipato tempo fa è diventato realtà:

    Molti considerano che portare l’imposta sulle rendite al 20% dall’attuale 12.5% sia una vera e prorpia stangata per il risparmiatore medio, alcuni riescono a vedere anche dei benefici in tale provvedimento; analizziamo cosa comporterebbe per il risparmiatore in base al tipo di investimento se tale provvedimento fosse inserito nella prossima legge finanziaria.
    I conti correnti passeranno da un’aliquota del 27% al 20% con un guadagno in termini di imposte, aumenteranno le imposte per i buoni postali ordinari dal 12,5 attuali al 20%, stessa cosa per i bot, fondi comuni di investimento e dividendi societari; grosso beneficio si avrebbe invece dalle rendite immobiliari, qui la tassazione passerebbe dall’attuale 33% (per redditi tra 26000 e 33000€ – la forchetta oscilla tra il 23 e il 43%) al 20% (potrebbe essere anche un incentivo per far emergere il nero nei contratti di affitto).

    Rimarrannno invariati tassazione e rendimenti (salvo oscillazioni di mercato) di fondi pensione e il trf (soggetti ad aliquota speciale dell’11%).
    Alcune precisazioni: Per i titoli di stato tale unificazione di imposta al 20% comporta scenari articolati: il rendimento dei titoli di stato è stabilito al momento dell’asta, l’investitore guarda al tasso netto, in base a questo decide se investire o meno in tal estrumento; molto probabilmente assisteremo ad un aumento del tasso lordo al momento dell’asta che compenserà in parte le perdite dovute all’aumento dell’imposizione fiscale. Stesso discorso per i buoni fruttiferi: il tasso lordo potrebbe in parte attenuare gli effetti dell’aumentata pressione fiscale.
    Per gli affitti, indipendentemente dalla fascia di reddito irpef si avrebbe comunque un beneficio.
    Guadaggni derivanti da azioni, fondi e incasso dividendi sarebbero colpiti in pieno da tale provvedimento

    • il cambio in criptovalute è paragonato al cambio tra monete, non pago nulla sull’eventuale plusvalenza generata nel concambio, in realtà pago sempre qualcosa sul cambio effettivo sia in entrata che in uscita dall’investimento.

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